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Contrasto alle dipendenze e la formazione di Eukinetica

31 Ago 2021

Tempo di lettura: 11 minuti

Contrasto alle dipendenze e la formazione di  Eukinetica

Da alcuni anni Eukinetica ha preso parte nella campagna di sensibilizzazione verso il “Contrasto alle dipendenze” all’interno delle aziende, sia per la salvaguardia della salute dei dipendenti, sia per tutelare gli interessi dell’azienda dal punto di vista delle relazioni interne tra i dipendenti che dal punto di vista dell’efficienza lavorativa del dipendente.

Secondo la fonte di Wikipedia, per dipendenza si intende “un’alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti che sfociano nella condizione patologica. L’individuo dipendente tende a perdere la capacità di un controllo sull’abitudine”.

A ben vedere la dipendenza è un “seme” che abbiamo già dentro noi sin dal momento della gestazione, infatti, il feto nel grembo materno dipende in tutto e per tutto dalla madre, che addirittura respira al posto suo. Poi, alla nascita, appena fuori dal grembo materno, il nascituro sperimenta il primo e vero proprio atto di autonomia e dipendenza che durerà per tutta la vita: respirare.

Si può quindi parlare di due tipi di dipendenza una fisiologica e l’altra patologica? Qual è il sottile confine che le divide?

Leggendo questo articolo imparerai: 

Hai mai sentito parlare di sistema tripartito?

L’essere umano è costituito da corpo, mente e coscienza; ognuna di queste tre parti ha dei bisogni che ne reggono il miglior funzionamento. Il corpo necessita che vengano soddisfatti i bisogni primari di sopravvivenza (respirare, mangiare, bere, eliminare scorie, riposare, fare movimento, l’elasticità muscolare e l’assenza di dolore), la mente vive di abitudini, gratificazioni, sfide e altro ancora, la coscienza si basa essenzialmente sul principio dell’etica. 

La coscienza è quella parte di ognuno che ben sa cosa dovrebbe essere fatto per rimanere in salute e che poco viene ascoltata; quante volte ti sei ripromesso, in occasione del capodanno, di iniziare a fare qualcosa per te e non l’hai mai messo in pratica, o l’hai fatto per un breve tempo e poi sei ricaduto nelle vecchie abitudini? Quante volte ti sei detto da lunedì inizio…e quel lunedì non è mai arrivato?

La coscienza è quella parte che, oltre a sapere cosa dovremmo fare per stare bene, vive di rimorsi per non essere sufficientemente ascoltata e, nonostante ciò, continua ricordarci che, se ci mettiamo di impegno, ce la possiamo fare.

Il vero ostacolo della coscienza è rappresentato dalla mente che, come dicevo poc’anzi, vive di abitudini, che è refrattaria al cambiamento perché “costa fatica” e che è fortemente strutturata da credenze e convinzioni spesso limitanti.

Ricordo bene quando da bambino mio padre, per scherzo, mi disse che non beveva acqua perché “l’acqua fa ruggine”; me ne convinsi a tal punto che di lì in avanti decisi che non l’avrei mai più bevuta, sostituendola con il latte. Arrivai a berne anche un litro e mezzo al giorno finché qualcuno, a cui affidai parte della mia crescita personale, mi disse che non era vero, ma a quel punto riprendere a bere acqua, che quando ero bambino era assolutamente spontaneo e naturale, mi costò una gran fatica. Ci vollero più di tre mesi per scardinare quella vecchia credenza e riprendere a bere acqua naturalmente senza imposizioni.

L’educazione che riceviamo e tanto altro creano convinzioni che spesso non sono in accordo con le reali necessità del corpo, che di fatto è la parte di noi che ne fa le spese. Ritardare l’andare a dormire anche quando il corpo manda chiari segnali, solo perché dobbiamo vedere la fine di un film, o rimanere in compagnia degli amici con i quali abbiamo deciso di passare la serata, per evitare “brutte figure”, oltre a generare stress non rappresenta il corretto soddisfacimento di uno dei bisogni primari di sopravvivenza. 

Così come non alimentarsi in modo sano, non prevedere dell’attività fisica quotidiana, compresa una sessione di stretching per mantenere allenata l’elasticità muscolare e mantenere a distanza il dolore, che il corpo non vuole assolutamente soffrire.

Aver ben chiaro come soddisfare al meglio i bisogni primari di sopravvivenza riuscendo a mettere pace tra una mente autoritaria e una coscienza poco allenata alla pratica, permette di creare il giusto allineamento tra le tre parti e godere di un buon equilibrio psicofisico.

Dipendenze fisiologiche e dipendenze patologiche 

I bisogni primari di sopravvivenza dipendono dalla volontà dell’individuo per essere espletati, ovvero l’organismo non è in grado di soddisfarli in autonomia, fatta eccezione per il respiro che è gestito prevalentemente dall’azione del sistema nervoso autonomo.

Per tutti gli altri il corpo è in relazione di stretta dipendenza dalla volontà di un sistema che funziona attraverso degli stimoli che devono essere correttamente interpretati e soddisfatti. Per fare un esempio chiarificatore, quando si manifesta lo stimolo della sete, l’individuo deve concretamente recarsi verso una fonte d’acqua e decidere di abbeverarsi, il corpo non è in grado di provvederci in autonomia.

Come però anticipato precedentemente, se quando ci si attiva per soddisfare un bisogno primario, la mente propone soluzioni non in linea con le reali necessità del corpo, si rischia di creare delle abitudini consolidate e, nel medio e lungo periodo, anche delle dipendenze da un qualcosa che non è strettamente necessario alla vita.

Riprendendo l’esempio del bere, in natura è chiaro che ogni animale soddisfi la necessità di idratarsi con l’acqua, l’uomo, invece, ha inventato tanto altro che si può bere: vino, birra, bevande gassate, succhi di frutta conservati, ecc…

Se ogni volta che provo il senso di sete procuro al corpo altro che non sia l’acqua, oltre a generare uno stato di disidratazione rischio di innescare una dipendenza poco salutare. Ecco allora che il consumo di sostanze voluttuarie e quindi non strettamente necessarie alla sopravvivenza, può portare a valicare quel confine tra dipendenza fisiologica e patologica.

Per riassumere, tutto ciò da cui il corpo non può prescindere per la sua sopravvivenza rappresenta una dipendenza fisiologica, il resto può portare allo sviluppo di dipendenze patologiche. Metaforicamente si può parlare di due facce della stessa medaglia.

Conosci quali sono i fattori che predispongono alla dipendenza patologica?

I fattori di rischio capaci di innescare una dipendenza patologica sono: 

  • Il bisogno di colmare vuoti affettivi
  • La curiosità
  • Il desiderio di emancipazione
  • Il desiderio di emulazione di un mito
  • Il bisogno di accettazione nel gruppo di pari
  • Predisposizione genetica per via di una storia familiare di dipendenza
  • Disturbi mentali come la depressione, l’ansia o la solitudine

Nel caso della necessità di colmare vuoti affettivi, ricordo di una persona che divenne dipendente dal cioccolato in tutte le sue forme perché, una volta raggiunta l’età pensionabile, era solita andare con il marito, alle cinque di ogni pomeriggio, a consumare un gelato al cioccolato, o una cioccolata calda a seconda delle stagioni. Quando mancò il marito il consumo di cioccolato divenne incontrollato dato che nel suo sapore ricercava i bei momenti passati col marito.  

Per quanto riguarda l’accettazione nel gruppo di pari, ricordo perfettamente il giorno in cui giurai a me stesso che non avrei mai fumato sigarette in vita mia a seguito del fastidio che provavo quando mio padre alle sei del mattino accendeva la sua prima sigaretta del giorno e, immancabilmente, il fumo di sigaretta entrava nella mia stanza e mi svegliava.

Questo giuramento venne a meno nel periodo dell’adolescenza nel momento in cui dovetti dimostrare a me stesso e alla compagnia di poter essere “degno” di farne parte; fortunatamente, dopo circa quindici anni, la promessa che mi feci da bambino fu la leva che mi aiutò ad affrancarmi in tempi brevi dalla dipendenza da sigarette.

La necessità di emulare un mito la si può sintetizzare con l’esempio di Humphrey Bogart che aveva proprio come tratto distintivo la sigaretta in bocca; a quell’epoca e anche oltre chissà quanti hanno creduto di accrescere la propria autostima iniziando a fumare.

Per quanto riguarda la curiosità, mista a trasgressione, molti sono caduti nel tranello di voler provare qualcosa che gli venne proibito da bambino (vino, caffè, sigarette, ecc…), dopo aver fatto richiesta di poter “assaggiare” l’oggetto del piacere dei genitori. Liquidati con un secco no, alla richiesta del perché no, probabilmente si sono sentiti rispondere perché ti fa male. Il bambino rimane così in uno stato di conflitto interno perché non comprende come una cosa capace di arrecare tanto “piacere” al proprio genitore, possa in qualche modo nuocergli, così una volta divenuto più grande, si avvicina all’oggetto del desiderio.

Hai mai sentito parlare della legge binaria del piacere e del dolore?

In natura ogni essere vivente è guidato da questa legge che permette di salvaguardare la salute: tutto ciò che rappresenta un piacere ed è pro sopravvivenza viene ricercato, tutto ciò che rappresenta un dolore ed è contro sopravvivenza viene adeguatamente evitato. Così dovrebbe essere anche per l’uomo, per lo meno lo è stato per lungo tempo finché questa legge binaria ha subito uno sdoppiamento divenendo quaternaria.

Esiste, quindi, un piacere che fa bene e uno che fa male, così come esiste un dolore che fa male e uno che fa bene. 

Tutto ciò è accaduto a seguito dell’evoluzione dell’uomo che nel corso degli anni ha inventato sostanze voluttuarie di ogni genere e sorta che, progressivamente, hanno minato la salute dell’organismo.

Per comprendere meglio questo concetto possiamo abbinare alla definizione di piacere che fa bene il soddisfacimento adeguato di ogni bisogno primario; il piacere che fa male è rappresentato dal consumo di sostanze voluttuarie.

Mentre il dolore che fa male lo possiamo intendere come il mettere le dita nella presa della corrente e simili; un esempio di dolore che fa bene potrebbe essere lo stretching, che mentre si pratica fa percepire il disagio della tensione muscolare ma subito dopo ci si sente decisamente meglio. Oppure la crisi di astinenza che deve vivere un tossicodipendente per affrancarsi dalla droga, per poi assaporare il vero benessere una volta libero dalla schiavitù.

Per concludere è importante saper distinguere il piacere che fa male da quello che fa bene per non correre il rischio di abbracciarli indistintamente, così come è importante saper fare distinzione tra il dolore che fa bene da quello fine a sé stesso, per poterlo accoglierlo e rimettersi sulla strada del benessere naturale.

Questa sottile distinzione può essere colta esclusivamente dalla parte di coscienza di ognuno che, una volta sviluppata la necessaria comprensione della trappola in cui si è caduti, accetta di accogliere il dolore che ne consegue per distaccarsene. Per il corpo, soprattutto, e per la mente il dolore è dolore e basta, senza alcun risvolto funzionale.

Il sistema dei campanelli di allarme

Questo prezioso strumento che ogni essere umano ha in dotazione è bene conoscerlo e mantenerlo sempre funzionante al meglio.

Si sa che l’organismo non comunica a parole ma attraverso i sintomi e le sensazioni; se sei un fumatore o hai avuto un passato da fumatore ti chiedo di riportare l’attenzione alla primissima sigaretta che hai acceso, te la ricordi? Che reazioni hai avuto?

È probabile che, come la stragrande maggioranza delle persone che hanno acceso per la prima volta una sigarette, tu abbia sperimentato una o più di queste reazioni: tosse, capogiri, disgusto, nausea, bruciore alla gola e agli occhi. È corretto?

Se così è stato, hai fatto esperienza del funzionamento dei campanelli d’allarme, che ci aiutano a districarci nella complessa legge del piacere e del dolore. Chi come me non ha dato ascolto al suono dei campanelli di allarme di primo livello perché spinto dal desiderio mentale di accettazione nel gruppo di pari, ha provato e riprovato finché, come per magia, l’allarme ha smesso di suonare e ha provato piacere ad aspirare il fumo di sigaretta.

Et voilà, ecco che ciò che prima era dichiaratamente un dolore dal quale tenersi alla larga si è trasformato in un piacere illusorio. Ignorare il valore di questo sistema porta nel tempo a provare piacere a farsi del male o a farsi del male con piacere.

Ti ricordo che il potere della mente che si mette “in mente” di voler far qualcosa, anche di potenzialmente molto dannoso, è inarrestabile, fintantoché si ha la possibilità di levare il filtro dell’illusione e comprendere la trappola nella quale si è caduti.

Allora e solo allora, muniti di una ferrea volontà e spinti dalla giusta motivazione, si può fare il percorso a ritroso e riabilitare i campanelli di allarme a proprio vantaggio; infatti, il fatto che si smetta di tossire accendendo una sigaretta non determina che improvvisamente nicotina, catrame, monossido di carbonio e compagnia cantando non nuocciano più alla salute.

Ti sei mai chiesto qual è il meccanismo fisiologico che sviluppa la dipendenza?

L’organismo è dotato di capacità di compenso allorché il “proprietario” ceda ai capricci della mente e si dedichi ai falsi piaceri. Non potendo smettere di propria volontà, l’organismo per difendersi dal dolore che gli viene arrecato mette in atto una strategia che ci rende stupidi.

Non appena la sostanza nociva entra nel circolo sanguigno, nel giro di pochi secondi giunge al cervello e ciò genera una secrezione di adrenalina e dopamina, sostanze capaci di innescare un senso di eccitazione di breve durata.

Terminato il senso di eccitazione si fa largo una sensazione deprimente che spinge a ricercare la sostanza e a incrementarne il suo consumo. Oltre a ciò, l’organismo produce una sostanza chiamata endorfina che ha il compito di lenire il dolore arrecato dalla sostanza intrusa e procurare un senso di benessere.

Un po’ come quando a un malato in preda a forti dolori viene somministrata la morfina. Ecco l’endorfina è una sorta di morfina endogena, ovvero prodotta dal corpo.

E qui si compie il vero e proprio inganno perché la dipendenza non la si crea verso la sostanza capace di nuocere alla salute, ma verso la risposta endorfinica di difesa che l’organismo mette in atto.

Alcuni dati statistici relativi alle dipendenze in Italia 

Le dipendenze di vecchia data sono alcool, droghe, tabacco, caffè e altre in ambito alimentare (soprattutto dolci); nell’epoca moderna sono insorte nuove dipendenze come quella del gioco d’azzardo, lo shopping, i videogames, la TV, i social e altre ancora.

Tutte hanno in comune la difficoltà a rinunciare al loro consumo/utilizzo; hai mai assistito alla reazione di un bambino/ragazzo quando gli viene negato l’uso del cellulare o dei videogames? Bene queste reazioni, non sono dissimili a quello di un fumatore quando non ha le sigarette o di un bevitore quando non ha a disposizione vino o birra. Tutti perdono la calma e hanno reazioni smodate che sfociano anche nell’aggressività.

In Italia, secondo un’indagine Doxa del 2019, i fumatori ammontano a quasi 12 milioni, ovvero il 22% della popolazione; sempre secondo la Doxa, tra i minori intervistati più del 50% provengono da famiglie di fumatori, o hanno l’esempio di insegnanti che fumano, o vengono coinvolti dal gruppo di pari.

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) il fumo di tabacco rappresenta la seconda causa di morte e la principale causa di morte evitabile. Sempre secondo l’OMS nel mondo muoiono circa otto milioni di persone l’anno a causa del tabacco, di cui settecentomila per fumo passivo. In Italia i decessi registrati nel 2020 ammontano a novantatremila.

La bella notizia, diffusa a seguito di una ricerca della Fondazione Veronesi, è che se si decide di smettere di fumare i benefici per il corpo sono notevoli:

  • Entro 20 minuti rallenta il battito cardiaco e cala la pressione del sangue
  • Dopo 12 ore i livelli di monossido di carbonio tornano alla normalità
  • Tra le 2 e le 12 settimane la circolazione migliora e a aumenta la funzionalità polmonare
  • Da 1 a 9 mesi, dopo aver smesso di fumare migliorano la tosse e il respiro corto
  • Dopo un anno il rischio di malattia coronarica è dimezzato risposto a quello di un fumatore
  • Da 5 a 15 anni il rischio di ictus si riduce al pari di quello di un non fumatore
  • Dopo 10 anni il rischio di tumori ai polmoni si riduce della metà e così i rischi di tumori alla bocca, alla gola, al pancreas, alla vescica e alla cervice uterina
  • Dopo 15 anni il rischio di una cardiopatia coronarica è simile a quello di chi non ha mai fumato

Si può azzardare a dire che l’organismo è dotato di un sistema di auto riparazione e guarigione molto rapido, per cui vale la pena proprio sfruttare questa occasione.

Anche l’alcolismo e i disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia e compulsioni alimentari) sono molto diffusi in Italia e chi ne è affetto sviluppa il rischio di insorgenza di patologie sistemiche e/o metaboliche molto elevato, con un’incidenza sulla spesa sanitaria molto elevata.

Incidenza delle dipendenze sul posto di lavoro

Nelle aziende le dipendenze maggiormente diffuse sono l’alcol e il fumo di sigaretta. È stato stimato che i lavoratori affetti da dipendenze di qualunque sorta, abbiano un rendimento decisamente inferiore rispetto al resto dei lavoratori, oltre a essere maggiormente esposti a infortuni sul posto di lavoro e non, per una ridotto e condizionato livello di attenzione.

Soprattutto nel caso di chi soffre alcolismo è stata stimata una perdita dell’efficienza lavorativa pari al 50%. A risentirne sono anche i rapporti sociali all’interno dell’azienda tra i vari dipendenti, oltre che la gestione di queste persone da parte dell’ufficio delle risorse umane.

Proposte pratiche per agire sulle dipendenze

Noi di Eukinetica crediamo fermamente che la consapevolezza rappresenti un potente solvente per ogni tipo di problema. Senza una buona base di consapevolezza non si possono muovere i primi passi verso la libertà dalle dipendenze di qualunque natura. Oltre alla necessità di conoscere il sistema dei campanelli di allarme e come questi vengono sabotati dalla risposta endorfinica dell’organismo, è importante avere chiaro quale bisogno va a soddisfare la dipendenza sviluppata e, quindi, individuare per quali altre vie questi bisogni possano essere soddisfatti, senza nuocere alla salute.

In ogni caso affidarsi al nutrimento sano e all’attività fisica, oltre che al miglior soddisfacimento degli altri bisogni primari di sopravvivenza, rappresenta la migliore strategia per affrancarsi dalle dipendenze. Quando non si ha la possibilità di accedere in tempi brevi a una nuova consapevolezza attraverso percorsi di riabilitazione psicofisica, l’autodisciplina diventa la migliore alleata per rimettersi in carreggiata. 

Eukinetica Staff
Scritto da Eukinetica Staff

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