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Come parlare di kindness in azienda?

25 Nov 2020

Tempo di lettura: 5 minuti

Come parlare di kindness in azienda?

Il termine kindness va molto di moda. Della scienza che sta dietro a questo successo e di come la kindness—che in italiano vale sì “gentilezza” ma anche “generosità” e “benevolenza”—possa creare benessere anche in smart working abbiamo già parlato in passato. In questo articolo vogliamo provare a rispondere ad una domanda che ci pongono in molti: come si fa a parlare di kindness in azienda? Può un corso avere come obbiettivo quello di promuovere comportamenti benevoli tra i lavoratori? Essendo un argomento che arriva ben dentro alla sfera personale di ognuno, quanto è opportuno spingersi nello spiegare come ottenere i benefici della kindness?

Kindness in azienda: un argomento delicato

A pensarci bene, l’argomento è delicato a tal punto da diventare spinoso. Può darsi che in alcuni contesti culturali sia possibile includere aspetti morali in un corso aziendale: l’Italia, però, non è tra questi. E non è neanche nello stile di Eukinetica, da sempre impegnata a promuovere benessere e salute delle persone in modo olistico e nel rispetto della sfera personale e delle individualità dei partecipanti. Per noi, dunque, la domanda è: come trattare la kindness e dare stimoli e strumenti pratici perché tutti possano coltivare le proprie capacità e orientamenti, in autonomia, per aumentare il proprio benessere e la propria salute? E come coinvolgerli?

La nostra risposta per portare la kindness in azienda si basa su due strategie:

  1. Utilizzare la kindness in un corso sulla gestione dei conflitti
  2. Esplorare la kindness non come “impariamo una lista di cose da fare per essere gentili” ma come “prendiamo consapevolezza dei modelli culturali che ci rendono meno facile essere generosi”.

Kindness e gestione dei conflitti: un approccio sistemico

Un momento molto atteso nei corsi brevi di gestione dei conflitti è quello nel quale vengono illustrati i principali tipi di attitudine al conflitto—ad esempio dominante, cooperativo, accomodante, ecc. Ogni partecipante cerca di capire qual è il tipo psicologico al quale più assomiglia. Da questa identificazione discendono poi una serie di consigli pratici, tutti radicati nell’idea di tipi di personalità immersi in tipi di conflitti diversi per tipi di interessi differenti. Il risultato ultimo è una specie di prontuario d’emergenza: “in caso di conflitto con un tipo X, tu che sei un tipo Y stai attento a non fare l’azione A e cerca di fare invece B”.

Senza nulla togliere a questo approccio comportamentale, una visione ben diversa consiste nel considerare gli individui come organismi prima che come tipi di personalità. La differenza principale qui sta nel considerare che l’attore del conflitto non è una persona ma un complesso corpo-mente. Questo dà la possibilità di esplorare altri canali per gestire i conflitti, innanzitutto quello fisico.

Infatti, è noto che il conflitto, in quanto situazione stressogena, provoca il rilascio dei cosiddetti “ormoni dello stress”, primo fra tutti il cortisolo. La ricerca ha stabilito che alterazioni nella produzione di cortisolo, oltre a renderci la vita più dura e faticosa, sono alla base di un numero impressionante di patologie sia fisiologiche che psicologiche.

È qui che la kindness può rappresentare una possibilità da esplorare: favorendo la produzione di ormoni del benessere e del piacere (in primis endorfine, serotonina e ossitocina), compiere, ricevere o anche solo testimoniare atti di generosità possono donare benessere tanto nell’immediato che nel lungo periodo. Questo contribuisce molto alla capacità della persona di gestire le relazioni interpersonali e, tra queste, anche i conflitti.

Kindness e modelli culturali: alla scoperta dei nostri limiti inconsci

Il motto di Eukinetica è che di fronte ad un problema la prima e più importante cosa da fare è prenderne consapevolezza. Nel caso della kindness, questo vuol dire innanzitutto prendere consapevolezza dei limiti che la nostra cultura ci impone e di cui siamo spesso del tutto ignari. Ad esempio, avete mai pensato a quanto l’idea che avete di “gentilezza” coincida con una figura femminile? Non trovate che questo condizioni la vostra attitudine alla gentilezza, soprattutto se siete uomini?

In realtà, il discorso qui si fa potenzialmente molto lungo poiché le idee e i valori che associamo a termini come gentilezza, generosità e benevolenza sono stati influenzati da più di due millenni di riflessione filosofica e religiosa. Ci sono in particolare due pilastri che reggono gran parte del nostro immaginario sulla gentilezza:

• il primo ha a che vedere con la società capitalistica, ovvero una società che ha completamente sdoganato la visione cinica sull’uomo e le sue reali finalità, viste come sempre in fondo egoistiche;

• il secondo ha a che vedere con la visione della generosità che ha diffuso il cristianesimo attraverso il concetto di carità. Per secoli, la Chiesa ha rappresentato la carità come negazione di sé: un atto, per dirsi di vera generosità e benevolenza, non solo deve essere del tutto disinteressato ma deve anche rappresentare una sincera rinuncia. In questa visione, la generosità immediata, semplice, non collegata a rinunce particolari è criticata come un espediente per ottenere fini egoistici. Senza dubbio tutto questo, ponendo l’asticella piuttosto in alto, ha reso più difficile compiere normali atti di generosità!

Siamo convinti che prendere consapevolezza di questi meccanismi profondi della nostra cognizione costituisca un passo fondamentale perché le persone possano poi sviluppare la loro prospettiva su temi centrali come la generosità e la gentilezza in modo autonomo. Com’è giusto che sia.

Come coinvolgere i partecipanti in un corso sulla Kindness?

Semplice e molto eukinetico: attraverso degli esperimenti! Guidare le persone a prendere consapevolezza di alcuni tratti essenziali della loro percezione non può essere fatto solo attraverso l’illustrazione delle varie cose da sapere. C’è bisogno di stimoli ben diversi e, soprattutto, che siano capaci di imprimere delle esperienze significative nella memoria dei partecipanti.

A tal proposito abbiamo preso ispirazione da alcuni giochi psicologici e li abbiamo ripensati aggiungendo dati provenienti dall’antropologia e dagli studi di comunicazione interculturale. Detto così sembra una cosa difficile… Tutt’altro!

Si tratta di mettere i partecipanti in una situazione nella quale le loro reazioni e scelte fanno emergere il fatto che c’è una matrice “invisibile” che influenza molti comportamenti e stati d’animo. Per fare questo bastano anche solo un’immagine o un breve video, seguiti da semplici domande alle quali ognuno risponde in modo del tutto anonimo.

Il risultato? Beh, al di là delle aspettative! Tutti i partecipanti “stanno al gioco”, rispondono alle domande e poi sono curiosi di sapere che cosa rivelano le loro risposte. Questo lascia ben sperare che gli stimoli forniti possano davvero spingere le persone a sviluppare autoconsapevolezza e, quindi, kindness in azienda.

Naturalmente, più tempo abbiamo a disposizione e più possiamo accompagnare i partecipanti in questo viaggio di scoperta di sé! 🙂 

Per maggiori informazioni sui nostri corsi di kindness scrivici a info@eukinetica.it!

Pierpaolo Di Carlo

Ricerca & Sviluppo Eukinetica

pierpaolo.dicarlo@eukinetica.it

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